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AndreA Arte ContemporaneA
corso Palladio 165
36100 Vicenza Italy

telefono 0444 54 10 70  info@andrea-arte.com

Home > Mostre > Vignato

Vignato Elisabetta
   
Mostra In piena luce
Artista Vignato Elisabetta
Sede AndreA Arte ContemporaneA
Inaugurazione ssabato 26 settembre 2009
Durata fino 14 novembre 09
Indirizzo corso Palladio 165 - Vicenza
Telefono 0444 541070
E-mail info@andrea-arte.com
Web www.andrea-arte.com
Orario di visita da martedì a sabato, ore 16:30-19:30
Catalogo in galleria con testo di
 

AndreA Arte ContemporaneA inaugura

In piena luce

ILLUMINAZIONI

Alberto Zanchetta

Negli ultimi anni Elisabetta Vignato sembra destinata a continue, repentine svolte. Cambiamenti che non intendono sancire una drastica rottura con il proprio passato, ma che viceversa perseguono una costante crescita filologica. Qualche anno addietro Gianni Romano aveva scritto (in catalogo della personale "Giovani Adulti" tenutasi nell'autunno del 2006 presso le Scuderie di Palazzo Moroni a Padova): «C'è la tendenza a negare il racconto in questi quadri, a fornirci delle istantanee, da qui lo sforzo di rendere astratto lo sfondo [...], contemporaneamente questo corrisponde allo sforzo appena percettibile di limitare le proprie capacità tecniche [...], di non lasciarsi andare alla ricerca del bello fine a se stesso, di non strafare, di concentrarsi su un'atmosfera o un sentimento, magari tracciata con poche linee». Permane ancor'oggi la volontà di non raccontarsi addosso, di sfiorare con discrezione il tema per poi fuggirne la spiegazione; tuttavia, la pittura si è fatta più generosa, l'asciuttezza del segno e del tocco si incarnano ora a tutto campo. Le figure umane scompaiono e viene alla ribalta lo sfondo, quell'intorno che non vedevamo e che ora domina la scena, in quanto "soggetto" dell'opera. Un soggetto che non è mai solo ciò che vediamo ma che - come detto poc'anzi - insiste ad essere un sentimento, un'atmosfera. Fatta giusto eccezione per una serie di piccole tecniche miste (... ci lasciano vivere la vita indisturbati, come noi l'intendiamo ...) che si riallacciano alla precedente ricerca, Elisabetta Vignato smette di indagare il carattere, il comportamento o il vestiario di giovani obbligati a crescere troppo velocemente. L'adolescenza, che è sempre stata al centro della sua poetica, si riversa nel mondo fenomenico, non tanto per colmare il vuoto dei fondi monocromi, né per contestualizzare le figure, bensì per focalizzare l'attenzione sugli oggetti, sugli interni domestici o sui paesaggi che erano stati rimossi dallo spettro visivo.

Immagini che sono altro dalla copia pedissequa del reale, emergono non già da ciò che l'artista ha modo di vedere ma da ciò che è stato visto, ossia dalla memoria se non addirittura dall'immaginazione, la cui traduzione percettiva mantiene in sé quell'ambiguità polissemica che appartiene all'immaginario della fantasticheria. La ricerca del confine fra luce e ombra, fra reale e illusione, fra onirico e cognitivo viene qui espressa senza artifici, generando domande che non abbisognano di risposte. La pittura conserva dunque tutta la sua pregnanza, indice di quanta importanza abbia avuto questa disciplina nella formazione dell'artista; tecnica che negli anni si è fatta irrequieta, vorace, camaleontica. Rifuggendo dall'eclettismo schizofrenico che ha fatto la fortuna di molti artisti dell'ultimo ventennio, nella varietà di soluzioni offerte dall'artista si evince sempre e comunque quel quid, quell'impronta che rende il suo stile pienamente riconoscibile, senza mai doversi smentire né rinnegare per cavalcare facili - quanto falsi ed effimeri - consensi. La materia si sedimenta e si frammenta, la trasparenza delle velature si alterna a dense campiture, le colature si avvicendano con effetti di sfumato, zone di luce contrastano con ombre intense e impenetrabili. Ma la cosa più sconvolgente e conturbante di tale luminosità è che essa eccede la visione, fa eclissare il mondo sensibile. Come la totale oscurità, anche la luce intensa annulla lo sguardo, ma (a differenza della tenebra) la sparizione non avviene qui inglobando l'oggetto nella profondità, bensì portandolo alle estreme conseguenze, verso la dissoluzione della forma e della sua consistenza.

Suggestioni affascinanti, intense e di forte impatto emotivo, rimandano ad una poetica di solitudine e desolazione, di poesia e lirismo, di delicatezza e asprezza. Ambiguità dal carattere ossimorico che si riscontra anche nei soggetti scelti, in cui il mondo delle cose si confonde con il loro desolato abbandono, la fiaba si rimesta nella realtà, il sogno nell'incubo. L'atmosfera della fantasticheria sottintende il rifugio nella costruzione di un'illusione e l'idealizzazione del passato, ma la schietta sincerità con cui ogni dettaglio è messo in evidenza corrisponde ad un'analisi manifesta, ad un messaggio che si avvale della funzione simbolico-endocettuale propria all'idea o al sogno (quello ad occhi chiusi così come quello ad occhi aperti). Il taglio compositivo scelto predispone l'osservatore a prendere parte alla scena, trovandosi in una situazione intrusiva in cui il confine fra lo spazio interno dell'opera e la realtà del fruitore viene praticamente annullato. Siamo dentro all'opera tanto quanto essa finisce per tracimare all'esterno, facendo fuoriuscire la propria ambientazione, portando le cose sì fuori dall'opera ma per accoglierle direttamente all'interno della nostra mente. È come se il quadro stesso fosse stato prodotto direttamente dalla nostra mente. In questo modo Elisabetta Vignato riesce nell'intento di dilatare lo spazio al punto da fondersi con la realtà percettiva dello spettatore.

A differenza di ogni precedente esperienza, l'onirismo tecno-poetico della Vignato corrisponde alla necessità - quando non addirittura all'unica possibilità - di espressione. Poiché durante il sogno l'attività percettiva è prevalente rispetto a quella cognitiva della veglia, i contenuti del sogno vengono visti e sentiti piuttosto che pensati; l'attività del sogno coinvolge tutti i sensi, e le emozioni che vi vengono manifestate hanno un grado assoluto di purezza, nessuna mediazione conscia ne inficia la valenza, almeno finché essi si formano con il cosiddetto "processo di pensiero primario" classificato da Freud. Nel caso delle opere della Vignato l'ambiguità di fondo non scaturisce da dubbi o incertezze, bensì da una chiarezza enigmatica portata all'eccesso, da una luminosità che pur annullando le ombre finisce per celarne molteplici (se non infinite) al proprio interno. La disarmante evidenza delle cose si accompagna quindi a una condizione sensoriale sfuggente. Inafferrabili eppure assolutamente presenti sono i cani, le foreste, le grotte, i fiumi, e tutti quegli enigmi non svelati ma disvelati che tali associazioni sono in grado di smuovere; enigmi che fanno da eco ad interni sempre vuoti, a campi giochi deserti, a balocchi abbandonati. Queste opere si pongono come immagini sensoriali, evocazione di suggestioni ferine ma al contempo delicate, quasi distorte nella loro immediata chiarezza. Psicologicamente impegnative, le suggestioni si ancorano alla fantasia quanto pure alla traduzione e tradizione di archetipi.

Le fronde che convergono su di noi ci condurranno all'interno dell' hortus conclusus del nostro inconscio o saranno il tranello che la nostra mente ci pone per condurci in fallo? Al loro interno si nasconderà qualcosa in grado di sorprenderci? E sarà terribile oppure piacevole? Il Sublime, attutito e schematizzato, diventa un viaggio intimo, percorso che è anche auto-analisi e interrogazione di sé. Qualunque sia l'arrivo, la strada che ci viene indicata ci porterà forse all' hortus deliciarum . Ogni quadro sembra infatti voler rimanere su una soglia: in essi avvertiamo che il passo successivo, quello che valicherà la porta (della mente), non è destinato a ritrarre il piede all'interno, verso il buio, ma avanzerà verso l'esterno, per essere investito dalla luce... in piena luce .

 

Intervista a Elisabetta Vignato

di Enrico Gusella

Padova, agosto 2009

Elisabetta Vignato , artista nata negli anni sessanta, è da tempo affermata interprete di una serie di generi (interni, ritratto, paesaggi), dentro i quali ha costruito una propria realtà -    che potremmo definire del "quotidiano" -   rappresentata con assoluta originalità,   attraverso un fare e un dispiegare la pittura che diventa il motivo sottile di una ricerca interiore, un'energia che - come lei stessa ricorda - muove da condizioni di frustrazione, conflitto, euforia, eccitazione e innamoramento , e dove la tela diventa il supporto ideale a una condizione possibile: accogliere l'intera esperienza di sè.

Pittrice che della "figurazione" ha fatto il proprio codice di riferimento, il segno dentro cui muovere percorsi individuali e linguistici, linee di una forma inequivocabile, alla cui base vive uno stile e un ritmo del tutto singolari.

EG: Come nasce la tua passione per la pittura e da chi trai   ispirazione?

Il mio primo sentire così fortemente la pittura si manifestò nell'estate del 1988, quando ebbi l'opportunità di conoscere il Maestro Emilio Vedova alla Sommerakademie di Salisburgo. Questa situazione ha di certo segnato il mio percorso formativo, ed è stata l'occasione migliore per vivere un'esperienza forte e profonda, nella quale ho appreso il concetto di libertà espressiva .

A proposito degli artisti da cui ho attinto, non vi è dubbio che un'attenzione particolare l'ho rivolta a Lucian Freud, Frida Kahlo e Carol Rama. Si tratta però di artisti, ai quali ho guardato velocemente, per timore di subire condizionamenti.

E' dalla letteratura, invece, che traggo grandi stimoli. Da Italo Calvino con "Le città invisibili", alla poesia. Ad esempio, nei testi di Rainer Maria Rilke trovo spunti veramente illuminanti, in totale sintonia con ciò che voglio esprimere. In assoluto prediligo gli autori russi dell' Ottocento, in particolare Dostoevskij con il quale amo condividere, tra le tante cose, l'idea o l'utopia che "la bellezza salverà il mondo".

EG: Ci vuoi raccontare del modo in cui sei approdata a questo stile?

L'esperienza di Salisburgo mi ha spinto per anni in una ricerca che si sviluppava dentro l'universo dell'astrattismo, con divagazioni   dall'espressionismo al monocromo. Esaurita questa fase   sono dovuta ripartire da zero e sono così approdata alla figura che, in precedenza, avevo affrontato in modo accademico, copiando i capolavori e le tecniche delle Avanguardie.

Nel mio percorso il passaggio dall'astratto al figurativo è stato graduale. Infatti nei miei lavori all'inizio non c'era un tema, mentre l'obiettivo è rimasto la pittura dove ogni soggetto rappresenta un pretesto per dipingere, cioè un mezzo per accendere un'idea.

EG: Esiste anche una componente fotografica nel tuo modo di operare che sfocia poi nel tuo carattere esecutivo. E' una scelta voluta?

Sì, la scelta di sperimentare la realtà partendo dalla fotografia è da collegare soprattutto alla voglia di affrontare il ritratto. In seguito, però, ho voluto allontanarmi dall'immagine fotografica, avendo capito che l'unica soluzione era eliminarla per recuperare quella libertà espressiva , che risultava a me così spontanea nel periodo astratto. Oggi mi servo della fotografia solo per vedere come è fatto un oggetto, un animale, o qualunque altra cosa io non riesca ad inventare.

EG: Ci spieghi come si struttura il tuo fare pittura, e qual'è la tua spinta creativa?

  Io credo di aver da tempo capito quanto sia per me fondamentale non progettare o pianificare le mie opere e la mia ricerca. Del resto, qualunque schizzo o disegno non ha mai dato seguito a qualcosa di più complesso come un quadro!

Per me la   spinta creativa è il pensiero di un qualcosa che, durante il processo di realizzazione, si può trasformare in "altro" rispetto a quell'idea di partenza, che assume così una nuova forma.

 

EG: Il ritratto è uno dei generi che caratterizza il tuo lavoro, come ti riconosci   in questo?

Delle opere del passato che ho avuto la fortuna di ammirare dal vivo, le emozioni più forti le ho avute da quelle che rappresentavano la figura umana. Ho voluto provarci anch'io e, lavorando ai ritratti, ho messo in atto una tendenza alla definizione che probabilmente non mi appartiene. In genere non mi preoccupo ad essere coerente ma, piuttosto, a spingermi in fondo ad una esperienza. Il modo sempre diverso di affrontare la figura, e l'incongruenza tecnica che caratterizza i miei ritratti è il sintomo di un'inquietudine che mi spinge a ricercare la spontaneità, la libertà, la gestualità, che sono il principale scopo della mia ricerca.

EG: I tuoi ultimi lavori   vivono, invece, secondo un'impronta naturalistica. Quale il motivo di questa scelta, e gli orizzonti futuri?

Ho scelto la natura per il suo essere così eccessiva, perchè in essa è innata una certa casualità , una spontaneità, un continuo rinnovamento, la pace, il furore, il colore e la trasparenza. Insomma, tutto ciò che non è immobile e che suscita la mia meraviglia.

Ma la natura che dipingo non esiste nella realtà, piuttosto è ad essa ispirata, in quanto   cerco di cogliere con la pittura ogni forma di cambiamento.

Circa i miei passi successivi, al momento non so dove voglio arrivare e a dire il vero non voglio neppure saperlo. Anche per questo mi è piuttosto difficile parlare della mia pittura, cercare di dare motivazioni che forse spesso non esistono.

Seguo semplicemente la mia strada, non priva di dubbi, ma con lo stimolo ad aggiungere ogni giorno un elemento nuovo. Dipingo anche perchè provo un piacere fisico e concreto. Gran parte del mio lavoro   si sviluppa spontaneamente, con naturalezza, e acquisisce consapevolezza solo molto tempo dopo, in seguito a qualche inaspettata rivelazione che, come d'incanto, ritrovo nei momenti più inusuali, comunque veri e reali.

 






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