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AndreA Arte ContemporaneA
corso Palladio 165
36100 Vicenza Italy

telefono 0444 54 10 70  info@andrea-arte.com

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Sotto Biancaneve
   
Mostra Sotto Biancaneve
Artista Maria Lucrezia Schiavarelli
Sede AndreA Arte ContemporaneA
Inaugurazione Sabato 4 ottobre
Durata fino a
Indirizzo Andrea 2 via dell'Edilizia 56  - Vicenza
Telefono 0444 541070
E-mail info@andrea-arte.com
Web www.andrea-arte.com
Orario di visita ore 17:00-19:30 su appuntamento
Catalogo in galleria con testo di Gian Marco Montesano
 

AndreA Arte ContemporaneA inaugura
Sotto Biancaneve

Sabato 4 ottobre alle ore 18.00 A2 AndreA Arte Contemporanea a Vicenza in Via dell'Edilizia 56, inaugura "SOTTO BIANCANEVE" una mostra personale della giovane artista bolognese Maria Lucrezia Schiavarelli.
La mostra sarà composta da un intero ciclo di dodici fotografie di grande formato.
Per l'occasione viene editato un catalogo a colori con testo di Gian Marco Montesano.



La produzione di concetti (che diciamo anche Filosofia) così come la Giurisprudenza, possiedono un solo strumento di lavoro: il linguaggio. Un linguaggio approssimativo, inesatto, qualsiasi e generico produce concetti sbagliati e cattive sentenze (i famosi Dispositivi di sentenza cialtroneschi che, qualche raro magistrato di Cassazione -grazie al dio delle forme- annulla, vanificando   i processi). Un criminale libero produce alcuni danni i quali, per quanto gravi, restano circoscritti. Una forma sbagliata -come un errore nel calcolo della velocità della luce- apre la via a innumerevoli disastri collettivi. La storia delle arti, sul versante sociale, altro non ha fatto che dimostrare questo postulato, scandaloso per le plebi, verità dogmatica per gli Dei. E, a quanto pare, anche per Dio medesimo o, almeno, per il Suo Vicario in terra. Vale a dire la massima autorità normativa per lunghi secoli. Ricordiamo un solo esempio, Benvenuto Cellini e due Papi. Non si dava pace Benvenuto che gli avessero ucciso il fratello, facendone una malattia fino a quando non riuscì a decapitare, col coltello, il colpevole. Portato davanti a Clemente VII la sentenza fu questa: "Ora che sei guarito, Benvenuto, occupati di vivere". Assassino e sodomita , Cellini si trovò nuovamente alle prese con un altro Papa, Paolo III il quale, agli accusatori, dirà poche e chiarissime parole: "Sappiate che gli uomini come Benvenuto, maestri delle loro forme, non hanno ad essere obbligati alla legge". Questo per dire dell'importanza -al di là del bene e del male- delle forme, dunque del linguaggio.

  Maria Lucrezia Schiavarelli usa, a quanto pare, il mezzo fotografico. Cosa ci viene a fare questa digressione storica circa l'esattezza formale e la precisione del linguaggio dovendo trattare di fotografia? Nulla, in quanto tali la fotografia, il Papa e Benvenuto Cellini non possiedono nessun elemento comune. Ma la scrittura d'indagine sulle forme e sui fattizi (Facticius, da Facere. Fatto dall'arte, artificiale, contrario a naturale) può, anzi deve riferirsi a quel Benvenuto "maestro delle forme". Infatti, più della ricerca retorica della verità (sempre incerta ed opinabile), la scrittura necessita di una precisione di linguaggio del tutto prossima alla padronanza formale del Cellini orafo.

Dovendo trattare di fotografia con linguaggio adeguato e, se possible, non banale, dovremo subito precisare che la fotografia stessa è soltanto un risultato, qualcosa cioè che , come processo, si è già concluso, la fotografia in quanto risultato è il passato di se stessa. Un fattizio che interesserà l'estetica, il "sistema dell'arte" e il mercato, ma di scarsa rilevanza teorica . Sarà dunque più esatto, e più interessante, parlare di Macchina (fotografica). E questa macchina, ausiliatrice di un atto spirituale, nasce e si conforma agli ideali estetici dell'arte ottocentesca, vale a dire all'imprescindibilità del modello. La Macchina infatti deve vedere qualcosa, qualunque cosa, sia pure combinatoria, micronizzata, "astratta" o astrusa l'otturatore si apre e si chiude -sensatamente- solo in presenza di qualcosa (modello in senso lato). Questo costituisce la differenza sostanziale tra la pratica fotografica e la pittura (novecentesca) laddove l'artista, liberato dall'estetica del Secolo precedente, modernizzato e in preda alla propria soggettività ipertrofica, può chiudere gli occhi (ignorare l'otturatore) e trarre dal buio, dalla propria mente un segno, una macchia o qualsiasi forma arbitraria. Ed è di estremo interesse constatare che proprio tale differenza risulta oggi sempre più favorevole alla Macchina fotografica. In altri termini -riferibili alla pratica del sistema dell'arte- la vittoria della "fotografia" sulla pittura costituisce la più evidente smentita del modernismo. Proprio la "fotografia", per meglio dire la Macchina fotografica, ha ricollocato al centro della sensibilità contemporanea quell' "ideologia dell'istantanea" derivata dal pensiero di Platone (Mimesis, dove l'arte è descritta come riproduzione della realtà nella sua verità ottica) rilanciando così la preoccupazione maggiore della scienza e dell'arte dell'ottocento alla nascita dell'era industriale: la registrazione oggettiva e la visualizzazione dei fenomeni. La "fotografia" dunque è certamente ascrivibile all'era industriale,   cioè al Moderno ma, nel contempo, si manifesta come la più radicale negazione del "modernismo" artistico e, proprio da questo, derivano le sue attuali fortune. Così, la comprensione della "fotografia" non è frutto del pensiero contemporaneo quanto piuttosto il risultato postumo del pensiero classico, vale a dire il trionfo di Mimesis. Che poi i saputelli della critica attuale (sempre troppo attuale) impoveriti da studi comodi (sempre più comodi) facciano fatica ad orientarsi, distinguere e capire, questa è tutt'altra questione.

 

Chi non sembra far fatica, pur essendo molto giovane, è la nostra "fotografa" (qualcosa di più semplice di "utilizzatrice di Macchina fotografica"). Infatti, probabilmente dotata di quella misura armonica che caratterizza le persone intuitive, Maria Lucrezia Schiavarelli sembra piuttosto esprimere pittura dopo essersi sbarazzata dei pericolosi ed equivoci strumenti tradizionali della pittura. Maria Lucrezia si pone sempre davanti a qualcosa di concretamente altro da sé (oggetti, scarpe, calze, guanti, ecc.) -non per caso parla volentieri di Gnoli- eppure il vero fenomeno (senso filosofico, scientifico del termine) da sottoporre ad osservazione oggettiva e da rappresentare nella sua possibile verità ottica (l'inconscio ottico di Benjamin) è lei stessa: Maria Lucrezia. Che Maria Lucrezia Schiavarelli ne sia del tutto consapevole oppure no, che lo accetti o meno, a noi importa pochissimo poichè alla verità ottica delle immagini, alla loro rappresentazione attribuiamo (fin da Platone) uno statuto fenomenico. Ma noi, nei lavori di Maria Lucrezia Schiavarelli, non vediamo Maria Lucrezia come verità ottica alla quale attribuire lo statuto di fenomeno da rappresentare, vediamo scarpe, guanti, calze: Maria Lucrezia sarebbe dunque un guanto? Una calza? E viceversa quella calza sarebbe Maria Lucrezia? Sì, proprio così e, credo, Maria Lucrezia ne convenga almeno parzialmente. Certamente anche i pittori (con riferimento ai tristi eredi del modernismo) possono dire, anzi troppo spesso lo dicono: quel palo telegrafico solitario nel paesaggio sono io, io mi vedo in quella forma, io mi sento così, ecc. Ma noi vediamo solo un palo del telegrafo ed ascoltiamo delle dichiarazioni d'intenti alle quali non riusciamo ad attribuire uno statuto fenomenico. La pittura -quella pittura- non lo consente essendo "umana, troppo umana" cioè troppo carica di intenzioni a priori non controllate oggettivamente da un processo macchinico. Tutt'al contrario la Macchina (fotografica) consente di condensare e riunire nell'attimo dello scatto l'intenzione (il desiderio, la sensazione, ecc.) al modello posto davanti alla Macchina stessa. Questo è il miracolo dell'istantanea.

La scelta dello sguardo evidenzia l'intenzione mentre il controllo oggettivo, velocissimo della Macchina trasferisce istantaneamente le intenzioni al modello posto davanti alla Macchina eliminando tutte le mediazioni impure (di una certa pittura, per esempio). Ecco perchè si può dire che Maria Lucrezia è quel guanto e quelle calze sono Maria Lucrezia. Abbiamo anche detto che, servendosi dell' "ideologia dell'istantanea", Maria Lucrezia Schiavarelli con la sua Macchina esprimono pittura. Infatti questa giovane donna, forse in bilico tra passione e ragione, tra pulsioni e raziocinio acuto, volontà e abbandono, nel condurre un'indagine oggettiva su se stessa appare   piuttosto lontana dall'uso giocato e semplificatore di gran parte degli utilizzatori della Macchina fotografica suoi coetanei, manifesta una densità e una complessità erotico-sentimentale le quali, pur opportunamente bloccate e purificate dalla Macchina, danno luogo ad un "inconscio ottico" dal peso pittorico. Un peso che, con scelta felicissima, Maria Lucrezia trasferisce alla Macchina la quale, ausiliatrice di un atto spirituale, lo allontana nella necessaria distanza di quel che chiamiamo fotografia. Così quelle calze, quei guanti, i corsetti, le scarpe contengono e comprimono l'impossibile corpo angelico di Maria Lucrezia Schiavarelli.

Bologna, Settembre 2008

GIAN MARCO MONTESANO

 






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