Fathi Hassan vive in Italia da più di vent’anni, ma ogni suo quadro è ancora profondamente radicato in qualcosa di lontano, sprofondato nelle origini dell’artista. Ogni tela è opera africana, è figlia di ricordi di sole e di deserti. Al contempo, però, non c’è elemento della sua arte che non sia attraversato e segnato da ognuno di questi anni trascorsi in Italia; non c’è parte di quadro che sia solo ed esclusivamente Africa e in ogni lavoro si incarna quest’anima duplice.
Scegliendo di collocarsi in un dialogo esplicito con la sua terra lontana, dialogo spesso dichiarato ulteriormente nella scelta illustrativa, l’artista sa di sottolineare la propria posizione di distanza e differenza. Posizione duale, che fa del dialogo e del confronto l’unica modalità possibile per ri-unirsi. Senza poter essere mai del tutto uniti. Posizione scomoda, la sola però in grado di restituire quella visione che grazie allo sforzo della lontananza permette di riappropriarsi di un mondo intero.
Ogni traccia nei suoi lavori rimanda sempre altrove, conservando un’energia invincibile che ogni volta si riattiva: come acqua gettata sulla sabbia bollente, evapora prima di toccare terra, lasciando solo -ma si può poi davvero dire “solo”?- il calore del silenzio
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