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AndreA Arte ContemporaneA
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AndreA Arte ContemporaneA
inaugura sabato 1 novembre
la mostra di Andrea Di Marco

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Sfumature di periferia
di Maurizio Sciaccaluga
Sebbene quasi tutti i lavori siano dipinti
con toni pieni e pastosi, e le ultime serie possano addirittura
vantare
cromatismi accesi ed esasperati, guardare un’opera
di Andrea Di Marco è come andare a vedere un film d’oggi girato
in bianco e nero. È come, con tutte le differenze stilistiche e di linguaggio,
affrontare un Manhattan di Woody Allen, un L’uomo che non c’era dei
fratelli Coen o Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Mentre scorre la pellicola,
e sullo schermo s’inseguono lividi monocromi, lo spettatore sa benissimo
che le città catturate dalla telecamera sono quelle contemporanee, che
le scene e le inquadrature sono piene di particolari del tempo presente, che
la trama racconta storie riconducibili soltanto alla stretta attualità.
E sa perfettamente che le tecniche di ripresa e di montaggio sono all’avanguardia,
legate agli ultimissimi ritrovati della tecnologia. Eppure, il festival dei grigi,
le atmosfere spente, l’assoluta armonia di un mondo tutto dominato dal
medesimo registro lo portano altrove, lo riconducono con la mente ai noir americani
e francesi a cavallo della seconda guerra mondiale, ai capolavori narrativi di
un Orson Welles, al neorealismo della grande stagione italiana. Anche se vede
il presente, nelle immagini gli sembra di scorgere il passato, la storia, crede
di assistere a un film che parli di un periodo lontano e in quel periodo lontano
sia stato anche realizzato. Di fronte ai suoi occhi va in scena, volente o nolente,
il fascino del déja-vu. La stessa cosa accade con le tele del giovane
autore siciliano: sono dipinte adesso, propongono una realtà attuale,
traggono spunto da quanto l’autore nota intorno a sé quotidianamente,
ma inevitabilmente danno allo spettatore l’impressione di guardare indietro,
di vedere e raccontare il passato. E, come nelle pellicole di cui sopra, questa
qualità – la capacità d’individuare e di suggerire
in uno scorcio, in una figura, in una situazione il carico di storia che si portano
dentro – è data dall’anomalia dei colori, da tonalità decisamente
sopra o sotto le righe. Di Marco getta lo sguardo sui palazzi in costruzione
di oggi, su viali e strade percorsi dalle automobili di adesso, ma con un accurato
lavoro sull’alterazione delle valenze cromatiche riesce a sconcertare e
stupire lo spettatore. Non lo conduce in un viaggio onirico, non lo porta in
un altro mondo – anzi, i continui riferimenti a questo servono a tenerlo
saldamente ancorato alla realtà – ma punta l’obbiettivo su
un tempo diverso, parallelo e precedente. L’artista usa la pittura per
chiamare in causa atmosfere e impressioni del passato, per calare un velo di
strana e fascinosa incertezza sui panorami usati della quotidianità.
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Rappresentato in chiarissimi toni
pastello, virato da una leggera dominante ocra, uno dei corsi
raffigurati dall’autore, forse una via della sua Palermo,
diventa un orizzonte già visto, emerso dalla memoria,
evocato dai pennelli come in una trance. Ogni cromatismo appare
sbiadito come per un ricordo difficile da mettere a fuoco, e
nessun personaggio appare all’orizzonte, come se la scena
ancora non fosse stata collocata in questa o quell’altra
trama. Come se le rimembranze stentassero non poco a tornare
tutte a posto. Piccoli dettagli – una monovolume sullo
sfondo, i pali, addirittura la pulizia delle strade – collocano
vicino nel tempo la situazione, ma i conti non tornano, non è facile
né logico notare il presente in questa inquadratura: i
toni falsano le percezioni, e davanti agli occhi sembrano tornare
fotogrammi di film già visti, resi pallidi dallo scolorire
dei ricordi. All’opposto, in un altro quadro recente il
pittore siciliano descrive un caseggiato in via d’edificazione,
ma già parzialmente abitato, con toni carichi, pesanti,
esageratamente pieni: i rossi sono porpora, i gialli diventano
ocra, i marroni prendono le sfumature del bruno. Chissà perché,
ma qualcosa nella composizione rimanda a qualche decennio fa,
quasi che colori e atmosfere degli anni Ottanta potessero essere
sopravvissuti in quello scorcio di paesaggio urbano. Quello che
più conta in tutta la ricerca di Di Marco è proprio
questa sua capacità, non ricercata ma quasi naturale nello
stendersi delle pennellate, nel brillare dei cromatismi, di cavalcare
il tempo.
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Come se fosse possibile descrivere il mondo di oggi con la tecnica
di quel neorealismo tanto sentito nella Sicilia del dopoguerra,
l’artista – del mondo intorno a lui – descrive
e racconta la continuità storica, il suo protrarsi immutato
nel tempo, il suo essere sempre uguale e diverso col passare degli
anni. In un ambito neofigurativo italiano votato soprattutto alla
descrizione della contemporaneità, interessato a cogliere
gli influssi dei nuovi media, attento a non perdere gli spunti
offerti dal glamour e dalla pubblicità, Di Marco rappresenta
un caso quasi isolato, sicuramente originalissimo: è la
continuità lineare con la pittura e la ricerca del passato,
ma senza mai dichiararlo, senza darlo troppo a vedere. Non si chiama
nel Novecento per lo stile, per il soggetto o per le citazioni;
semplicemente, affonda denti e radici nel secolo scorso e nella
sua straordinaria tradizione per le atmosfere, per la capacità di
descrivere il mondo attraverso pochi dettagli. La sua parentela
con i maestri che l’hanno preceduto non è formale,
ma piuttosto sentimentale: è la passione, che aleggia come
nebbia sulle opere, a farlo sembrare l’erede di una scuola,
a dare ai lavori un senso di eterno ritorno, una trasparente patina
di déja-vu. Anche nel ciclo recentissimo dedicato alla laguna
di Venezia, l’autore si scosta completamente da ogni scelta
scontata, da ogni facile soluzione descrittiva per optare verso
una descrizione più intima e raccolta della realtà.
Venezia c’è ma non si vede mai, nemmeno per un secondo:
non ci sono gondole, mancano i monumenti, non ci sono i canali.
Manca tutto ciò che, ovviamente e senza tema di smentita,
avrebbe potuto fornire indicazioni precise allo spettatore. Precise
ma superficiali, scontate. La Serenissima di Di Marco non è quella
di piazza San Marco, dei Giardini e di Murano; diventa invece quella
in bilico tra passato e futuro che gravita intorno a Porto Marghera
e all’altra sponda del Lido.
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È la laguna operosa, non quella pittoresca. L’obbiettivo
dell’artista non è puntato dove i canali si stringono
per lasciar passare solo le gondole, ma dove la laguna comincia
a diventare mare, e le piccole imbarcazioni hanno la stessa forma
di quelle che affrontano il mare aperto. Con i suoi tagli strani
e sincopati, con le sovrapposizioni contrastate tra primo piano
e sfondo, con un curioso contrasto di linee orizzontali e verticali
il giovane autore coglie – con la solita umiltà, con
il solito spirito apparentemente dimesso ma in realtà attentissimo
ai dettagli e alle forme – la vita vissuta e la storia della
laguna. La storia recente, quella parallela al turismo, quella
che gravita sulle acque basse e a Venezia non entra mai, perché potrebbe
rovinarne l’immagine con il suo carico di verità e
immediatezza. Potrebbe apparire esagerato e fuorviante ricordare
in quest’ambito la città a margine del Canaletto,
la sua attenzione per i luoghi meno fastosi e tragicamente veri
dove la vita non era rappresentazione di potere ma sfida quotidiana
per la sopravvivenza, eppure il senso dell’opera, ciò che
la motiva nel profondo, è il medesimo: nei suoi quadri il
pittore palermitano vuole raccontare il mondo nascosto dietro le
tende, quello mai tirato a lucido, non costruito per lo show. E
mostrandolo, anche senza quasi mai rappresentare gli uomini, ne
racconta le gesta quotidiane, i costumi, le abitudini. Dipinge,
dal Nord-Est al Sud, dalla laguna alla Sicilia, i colori della
periferia, quelle sfumature e atmosfere che vede, vive, attraversa
e sente sulla propria pelle, ogni giorno, la gente comune.
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