Fathi Hassan: il potere del frammento
Fathi Hassan vive in Italia da più di vent’anni, ma ogni suo quadro è ancora profondamente radicato in qualcosa di lontano, sprofondato nelle origini dell’artista. Ogni tela è opera africana, è figlia di ricordi di sole e di deserti. Al contempo, però, non c’è elemento della sua arte che non sia attraversato e segnato da ognuno di questi anni trascorsi in Italia; non c’è parte di quadro che sia solo ed esclusivamente Africa e in ogni lavoro si incarna quest’anima duplice.
Chiunque abbia scritto di lui, e sono molti, ha sempre insistito con puntualità sulla patria delle sue origini, la Nubia, e su tutto ciò che da lì si è propagato nell’arte di Hassan. Regione montuosa e desertica, contesa tra l’Egitto e il Sudan, con la sua storia tanto travagliata quanto ricca, la terra dell’artista non cessa di esercitare il proprio fascino né di stagliarsi come riferimento costante, della mente quando non delle immagini. Quella provenienza geografica che può essere per molti artisti del tutto indifferente agli esiti di una ricerca, nel caso di Fathi Hassan rappresenta un fondale luminoso dal quale si dipanano, con delicatezza ma sempre vigorosamente, quei molteplici significati che precipitano nella sua arte. La patria di origine diventa allora riferimento silenzioso, interlocutore discreto la cui presenza delicata segna il passo senza però imporsi mai.

Non è banale, né casuale, che la maggior parte dei riferimenti all’interno dei lavori sia rivolto a un’iconografia tradizionale, nota, profondamente legata a un’identità culturale e geografica specifica e talmente sedimentata da essere un indicatore quasi autonomo. Scegliendo di collocarsi in un dialogo esplicito con la sua terra lontana, dialogo spesso dichiarato ulteriormente nella scelta illustrativa, l’artista sa di sottolineare la propria posizione di distanza e differenza. Posizione duale, che fa del dialogo e del confronto l’unica modalità possibile per ri-unirsi. Senza poter essere mai del tutto uniti. Posizione scomoda, la sola però in grado di restituire quella visione che grazie allo sforzo della lontananza permette di riappropriarsi di un mondo intero. L’aderenza a forme quasi passatiste diventa allora la lingua di una sorta di nostalgia che però non esaurisce il proprio senso in un atteggiamento lamentoso ma, al contrario, sa diventare celebrazione delle origini di cui conosce la distanza, apprezza e sostiene gli effetti. E di cui porta su di sé tutto il senso. L’aspetto nostalgico dei lavori di Hassan, quello che si rivolge con maggior cura a paesaggi assolati di cui solo l’artista bambino ha memoria, si supera da sé, per diventare sguardo adulto che sa recuperare la storia e, con essa, l’uomo.
Nella grammatica visiva dell’artista nubiano si cristallizzano suggestioni tanto intime e singolari quanto storiche e tradizionali. Il ritmo del quadro è un ritmo tribale, incalzante e regolare come quello della natura; che segua un andamento circolare, una cadenza verticale o il disordine di un insieme, è un ritmo che non perde mai di vista la coerenza del nucleo. Al quale torna sempre, in un movimento di riavvicinamento di cui ogni tela è strumento e testimone. Confermandosi ogni volta ancora necessario, ogni segno è segno di casa, che fa al contempo segno all’universo. Ogni segno è segno di Fathi Hassan, è la sua mano e il suo occhio, tanto personale e intimo da trascendere se stesso fino all’infinito.
In una componente quasi naïve si dissimula infatti un misticismo di fondo, e la serietà del gesto lo conferma come origine e fine di se stesso. Senza necessità di giustificazioni concettuali: in questo caso inutili ostacoli alla purezza del lavoro.
È forse in questa parte delle sue espressioni che l’origine dell’artista si conferma come un’origine attiva e sempre al lavoro. In un alternarsi ciclico di antichità che restano sempre da raccontare, la storia dei suoi avi si intreccia con la sua e quella delle persone ancora vive in una memoria instancabilmente accesa. È la memoria di terre che restano dentro, nel caratterizzare i propri abitanti con la tenacia di eredità che vanno raccolte, e che, come ogni raccolto in terra fertile, richiedono ogni possibile cura.
Quello di Hassan, è un fare del tutto privo di ogni orpello eppure tutt’altro che semplice; un fare in cui la riduzione ai minimi termini consente solo di svelare quanto complesso, disarticolato e sempre sfuggente sia l’insieme.
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La stessa riduzione impossibile va in scena su ognuno dei singoli granelli di sabbia del Sahara che spesso compongono la trama dei lavori: frantumi e briciole tanto minuscoli da essere possibile segno solo per l’infinitamente grande. Ognuno di loro parla forse sempre del deserto, ma più ancora parla del Frammento, di quel singolo pezzettino in cui, in ogni momento, è sempre all’opera l’insieme più immenso. È a partire da quel punto minuscolo che tutto si riconfigura e si può riafferrare rivedendolo ogni volta da una diversa angolazione.
Tutto il lavoro di Hassan diventa allora un percorso intorno ad un perimetro mai completamente delimitato, un avvicinamento per gradi a qualcosa che si allontana sempre un po’ di più per riconfermare, in questo movimento, la sua potenza. Ed esercitare la propria inesorabile attrazione.
Ne emerge un’arte apolide ma al contempo densa di senso di appartenenza; ogni figura si carica sulle tele di tutto il peso della distanza pur restando sempre indicata con la perizia di una guida autoctona. Le indicazioni che dà sono sì frammenti di racconti personali, ma non meno di quanto siano documenti di storia e testimonianze antiche. Quello che potrebbe essere un valore anche politico celato dietro il lavoro di Hassan si trova precisamente su questo confine; dove politico è, prima di tutto, umano. Se l’arte tratta di politica per Hassan, infatti, ne tratta per quel ruolo universale che le spetta. Ne tratta per la forza potenziale del suo messaggio, destinato a raccogliere le eredità più lontane per ricomporle e non cessare di trasmetterle.
Sotto il frammento della materia e dietro la pena della separazione, Fathi Hassan ha la saggezza di riconoscere la forza dell’unità, il richiamo di un’origine che non riguarda più solo lui stesso ma si apre con potenza al mondo intero. Il suo interesse si conferma allora, in qualche modo, persino naturalistico se per natura si arriva a intendere, con lui, quel qualcosa che va ascoltato e toccato: quel fondo comune, necessario e imprescindibile che precede ogni parola.
Del silenzio che resta impigliato in ogni discorso Hassan è cultore. I suoi stessi lavori hanno spesso sfiorato la scrittura, ripercorrendone le linee sinuose senza cedere al richiamo del dar loro un senso verbale. Ancora una volta, erano il perimetro e il contorno, condizione di apertura di ogni possibile soglia, a concentrare il suo interesse.
Ogni traccia nei suoi lavori rimanda sempre altrove, conservando un’energia invincibile che ogni volta si riattiva: come acqua gettata sulla sabbia bollente, evapora prima di toccare terra, lasciando solo -ma si può poi davvero dire “solo”?- il calore del silenzio.
Cecilia Antolini
Londra, Maggio 2009

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Fathi Hassan, of Nubian origin (Egypt and Sudan), was born in Cairo
in 1957. He took his diploma at Naples Art School in 1984. In 1988
he presented Africa at the "Aperto '88" section, Venice
Biennial of Modern Art. He has lived in Italy since 1979, working
between Fano and Milan.
Esposizioni
1983
"City with no boundaries", Pomigliano d'Arco, Napoli
1984
"Alflela", Ricerca Aperta Studio, Naples.
1985
"A New Generation in Italian Art", Fortezza Medicea, Siena.
1986
"Nubia", Deposito Figure, Pesaro.
"New tendencies in Italy", Grisanti Centre Milan, Perterre/Florence.
1987
"The Emotion of Daily Life", Expo-Art, Bari and d'Arecchi
Castle, Salerno
"Sahara", Neon Gallery, Bologna.
1988
"Emergenze", Neon Gallery, Bologna.
"The Nomad's Memory", Egyptian Academy, Rome.
"Aperto '88", XXIII Biennial of Modern Art, Venice, on
invitation of D. Cameron, G. Caradente, S. Bos, F. Bos, F. Nanjio,
D. Ronte
"Circumnavigation around Africa", Maschio Angioino, Naples.
1989
"No Wall In Berlin", Ufa Fabrik, Berlin
"Transit", F. Rosini Gallery, Riccione (FO)
"The Village", La Parte du Sable Gallery, C. Roussillon,
Cairo.
"The Artist who doesn't exist", Palazzo Valentini, Rome.
"The Flexibility of Space", Habitat Gallery, S. Severo,
(FG)
1990
"Seduction of the Real", Palazzo Comunale, City of Treia
(MC)
"If I gave you my soul ten times over it wouldn't be enough",
Multimedia Gallery, Brescia.
"Meeting of Peoples", Villa Lazzarini, Rome.
"XXXIII Young Egyptian Artists, Egyptian Academy , Rome.
"Artefax", G. Marconi Award, Modern Art Gallery, Bologna
1991
"Theme and Variation", Falconiere Gallery, Ancona.
"Signs of Absence", Prisma Gallery, Verona.
"Al Rawi", Una Arte Gallery, Fano (PU)
"Contemporary Egyptian Artists", Egyptian Academy, Rome
"Mediterranean Imaginary", Siracusa Art School, Siracusa.
1992
"Akhnaton", Seven contemporary Egyptian Artists, Palazzo
dei Diamanti, Ferrara.
"Painting for Words", L'Idioma Art Centre, Ascoli Piceno.
1993
"Africa dry your tears", Tana Libera Tutti, Cagli (PU)
"Mare Nostrum", Catania Art School, Catania
"Ter-Dislocations of Art", Civic Gallery of Contemporary
Art, Termoli (CB)
"Submerged Origins", Contemporanea Gallery, Civitanova
Marche.
"Mare Nostrum III", Immart Gallery, Rome.
"Dioce Calligrafie", S. Filippo Neri Monument, Torino.
1994
"Presences", Rocca di Umbertide, Perugia
"Art Is Life", Furniture Salon, Torino
"Noah's Ark", Trevi Flash Art Museum.
"Traces of Africa", Free Art, Torino.
"I'm not Marcel Duchamp, I'm Tutanchamon", Una Arte Gallery,
Fano.
1995
"Meeting in Genova", Ellequadro Gallery, Genoa.
"Portait Self-portrait", Trevi Flash Art Museum.
"Sacred and Profane", Annina Nosei Gallery, Rome.
"Trevi ex Vero", Monti Gallery, Rome.
"Containers of Memory", Ronchini Contemporary Art, Terni.
"Containers of Memory", Palazzo Chigi, Viterbo.
"Containers of Dreams", Annina Nosei Gallery, New York.
"Containers of Dreams", Annina Nosei Studio, Rome.
"My Africa", Per Mari e Monti Gallery, Macerata.
1996
"Hunting Reserve", The Cat and the Fox Monti Gallery,
Rome.
"Things from the Other World", Trevi Flash Art Musem.
"Fiumara d'Arte", Tusa (PA)
"Calligraphy", Palazzo Fazio, Capua (CE)
"Pazzia del Popolo", Monti Gallery, Rome.
"Santa Africa", Mashrabia Gallery,Cairo.
1997
"Santa Africa", V. S. V., Torino.
"Africana", Contemporary African Art, Sala Uno, Rome.
"Black and White", l'Idioma Gallery, Ascoli Piceno.
"After Ripe", notes on Art in Le Marche at the end of
the 80's, Dedalos, S.Severo.
1998
"Residence of the Gods", Villa Anselmi, Verona; Ponte
Pietra Gallery, Verona; Castel Ganda, Appiano (BZ)
"Containers of the Soul", Mediterranea, Molfetta (BA)
"I Kadiseen", Il Fiorile Gallery, Bologna.
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